Oggi andiamo a scuola

Oggi andiamo a scuola

Tre lunghi edifici bassi disposti intorno a un vasto spiazzo sterrato dove sono parcheggiate molte bici. Un braccio sono le elementari dalla prima alla sesta, l’altro le medie, il terzo i servizi. Una targa sul muro dice che la scuola è un dono del Giappone. I maestri sono tutti giovani: tre maestri e una maestra. Quando entriamo in classe gli studenti si alzano e ci salutano a mani giunte recitando la formula “onore al maestro”. Qualche allievo nel banco fra sé e il compagno ha un fratellino o una sorellina che non poteva lasciare a casa.

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Le pareti sono coperte di manifesti: il corpo umano, la carta geografica della Cambogia, l’alfabeto khmer: 56 lettere di cui 22 vocali che, combinandosi ai due gruppi consonantici, servono per trascrivere 44 suoni vocalici: un totale di 78 suoni. Non basta la prima a imparare bene l’alfabeto.

Ci sono anche manifesti di cultura locale: la posizione delle mani nel saluto: con le mani giunte davanti al petto si salutano gli amici, davanti al viso i superiori, alla fronte Dio. E il linguaggio delle mani nella danza: il ramo, la foglia, il bocciolo, il fiore, il frutto. La danza racconta una storia che solo chi conosce la lingua può capire e le mani sono gli attori principali.

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Su invito dell’insegnante gli allievi cominciano a cantare con voce acuta e notevole impegno canzoni didattiche: le tabelline, norme igieniche, regole di rispetto per anziani e superiori e così via una serie infinita di filastrocche in musica. A ogni sosta accenniamo un applauso, ma i bambini prontamente riattaccano e vanno avanti.

Il sistema qui è ripetere, ripetere, ripetere. La scuola insegna a ripetere, non a esprimere le proprie idee: si disegna copiando un disegno, non ispirandosi al vero; si copia un testo di letteratura, non si scrive un tema. È un sistema che non si propone di creare teste pensanti o stimolare idee.

Non ci sono voti. I risultati vengono espressi in classifiche: primo, secondo, terzo. Le classi sono numerose, intorno ai 50 allievi.
Suona la campana e i bambini passano davanti al maestro a capo chino in segno di rispetto. Le aule scolastiche sono poche e ci sono due turni: quello del mattino dalla 7 alle 11 e quello pomeridiano dalle 13 alle 17.
A pochi metri da scuola una bancarella dove la moglie del maestro più anziano vende dolcetti e bibite per i bambini. Consumiamo il nostro pranzo sul banco della piccola bottega: il riso che ci siamo portati con l’aggiunta di una specie di salsiccia rossa e piccante che la signora ci arrostisce.
Sopra il negozietto la foresteria, una stanza dove vivono gli insegnanti – due scapoli e uno con moglie e figli. L’alloggio è parte integrante dello stipendio: il più anziano prende 49 $, gli altri 42 $. Per sbarcare il lunario i maestri sono soliti chiedere tutti i giorni un obolo ai bambini per accoglierli in classe.

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