Di corsa in ospedale

Di corsa in ospedale

21 febbraio 2014

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Oggi consegna mensile di generi alimentari ai bambini nei villaggi di Chrok Kov e Tang Pon.

I bimbi ci accolgono cantando  nello spazio all’aperto a casa del capo villaggio, sono tutti in divisa scolastica.  Scaricano loro stessi dal pulmino i sacconi di riso e poi facciamo quattro chiacchiere, ci raccontano dei progressi scolastici e dei problemi famigliari, dei loro sogni. Se restano indietro e si nascondono vuol dire che a scuola non hanno avuto bei voti e si  preparano a raccontare una scusa per evitare una ramanzina.

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Ho portato una valigiona contenente gli  indumenti raccolti con tamtam fra le famiglie che li sostengono  e c’è qualcosa per tutti, anche fratellini, sorelline e vicini. Ogni bambino torna a casa con  magliette e calzoncini nuovi.

Resta solo Run Borey con la sua mamma. La donna  si torce le mani, ha l’aria preoccupata, vuole dirci qualcosa: la figlia più piccola è stata morsa da un serpente qualche giorno fa.  L’hanno portata al Centro Sanitario di zona dove non le è stato fatto nulla perché non avevano i farmaci. Nessuno di noi è medico ma la rassicuriamo, se sono passati dei giorni certamente è fuori pericolo.  Decidiamo comunque di andare a vedere la bambina. Sreyra ha dieci anni, grandi occhi vellutati in un visetto spaventato, tiene la  manina sinistra aperta palmo in su, medio e anulare sono gonfi e neri, non ha dolore, solo una diminuzione di sensibilità e ci sembra che abbia un po’ di febbre. Una rapida consultazione telefonica col medico di fiducia a Phnom Penh e carichiamo immediatamente mamma e bambina in macchina per portarla a fare un’antitetanica.  Torniamo nel Presidio Sanitario dove Sreyra è già stata qualche giorno prima, il migliore della zona, l’unico con energia elettrica.

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Il primo approccio con il sistema sanitario locale è scoraggiante: risposte evasive, esami distratti e superficiali. Ricordano di avere già visto la bambina e la risposta è di nuovo che non hanno il farmaco che servirebbe. Ma non ci lasciamo scoraggiare, cortesi ma irremovibili riusciamo ad arrivare al dispensario, peccato che il medico in possesso delle chiavi dell’armadio dei farmaci non ci sia.  L’infermiera dice non può fare nulla,  ma noi  insistiamo e finalmente lo chiama,  lui arriva,  fa immediatamente l’antitetanica alla bambina e  le dà un paio di sacchettini con antibiotici e paracetamolo per tre giorni.  Tiriamo tutti il fiato e sul bel viso della mamma torna il sorriso.  Rimandiamo mamma e bambina in taxi al villaggio con l’impegno di tenerci al corrente della situazione.

Torniamo a Phnom Penh tranquilli, ma appena riferiamo di Sreyra, ci raccontano di storie di amputazioni in seguito a morsi di serpenti.  Il veleno blocca la circolazione e, se non si interviene in tempo, l’arto può andare in cancrena.

Dopo una notte insonne facciamo arrivare in taxi la bambina a Phnom Penh e la portiamo al Kantha Bopha, il migliore ospedale pediatrico in città dove viene ricoverata con la mamma. L’ospedale fornisce solo servizi sanitari, non viene dato cibo ai pazienti, devono provvedere i parenti. Portiamo a Sreyra biscotti, succhi di frutta, un blocco di carta e matite colorate per passare il tempo,  diamo alla mamma un po’ di denaro per i pasti e aspettiamo. Passano i giorni, l’ospedale,  diretto da un medico svizzero, per  regola non fornisce nessuna diagnosi o spiegazione, cura al meglio, ma nessuna comunicazione.  E’ tollerata la presenza della mamma per accudire la bambina, ma a noi non è permesso entrare né parlare coi medici. Dopo una settimana ci informano che la bambina è dimessa, la mano è fuori pericolo. La andiamo a prendere, Sreyra  finalmente sorride e, con l’aiuto di un bel bagno,  è bellissima e felice di tornare a casa.

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