Al ritorno dalla Cambogia

Al ritorno dalla Cambogia

<< La Cambogia mi ha colpito e profondamente turbato per le sue contraddizioni.  Avevo visto in Africa, in Medio Oriente e in America Latina le sofferte disarmonie dei paesi in via di sviluppo, ma mai contrasti così stridenti e, almeno apparentemente, orientati in senso autodistruttivo.
Il paese conosciuto nel mondo per la straordinaria, armonica contaminazione fra storia e natura dei tempi di Angkor, per la dolcezza dei volti e dei sorrisi delle donne e dei bambini, per l’eleganza dei gesti e dei movimenti della danza, presenta contraddizioni che vanno – a mio parere – molto oltre le inevitabili (almeno a quanto la storia ci ha mostrato finora…) disarmonie dei processi di sviluppo.

Alcune immagini e alcune notizie mi hanno profondamente colpito, soprattutto a Phonm Penh, città emotivamente e fisicamente intollerabile – almeno per me – da cui ho sentito quasi subito un profondo desiderio di fuggire. Il filo spinato elettrificato che sovrasta le “case dei ricchi”, in una città così profondamente ferita dalla violenza del recente passato, dove i muri dell’S21 ancora grondano di sangue: un dettaglio, certo. Ovunque guardie giurate e difese di vario tipo proteggono le residenze dei ricchi dalla povertà che le circonda, ma il fatto che proprio di filo spinato si tratti, non dissimulato o nascosto, mi è sembrata la traccia di un trauma indigeribile che riaffiora dai muri della città.

E abbiamo visto molte altre tracce traumatiche “indigeribili” nell’interessante e doloroso cyclotour per la città, cui forse anche per motivi non esclusivamente fisici il mio corpo ha reagito con un crollo che mi ha tenuto ferma in albergo per il resto della giornata.

Le tracce di bellezza dei resti architettonici del passato coloniale (una scala, una ringhiera, un soffitto decorato) affiorano nelle abitazioni delle famiglie più povere, dove spuntano da ogni dove bambini bellissimi e sorridenti con i volti illuminati da sorrisi dolcissimi che ti chiedi come possano ancora conservare nella bruttezza che li circonda; le chiese, i templi, le pagode, tracce di un passato non metabolizzato ed eventualmente superato, ma divorato da un presente di povertà e bruttezza.
Lo stesso paese che ad Angkor esibisce l’incredibile bellezza dell’armonica integrazione fra i resti di un passato glorioso e l’inarrestabilità della vita delle piante che avanza fra le pietre e posa ovunque le proprie radici, a Phonm Penh sembra dichiarare che nessun futuro è possibile, o quanto meno che la mente collettiva non prevede alcun futuro.

Anche questo l’effetto del trauma recente, della distruzione della classe dirigente, dell’attacco alla cultura (le arti, il sistema educativo) e alle tradizioni (la famiglia, i villaggi) su cui questo paese ha fondato la propria storia? O qualcosa di più profondo nella cultura e nella storia di questo paese sembra uccidere il futuro?
Io, francamente, non sono riuscita a capirlo, ma sono rimasta profondamente colpita dal sacrificio dei figli, costretti fin dall’infanzia a dedicare le energie che dovrebbero spendere per studiare e costruire il proprio domani a reperire le risorse per la sopravvivenza dei loro genitori e dei loro nonni.
Frammenti di notizie e d’immagini: quale futuro è possibile in una città esposta dall’interramento dei laghi che la circondano a un costante pericolo d’inondazioni, senza che questo possa rappresentare in alcun modo la benedizione di un ricco raccolto di riso, come era in passato nei villaggi?
E chi di noi non ha pensato, guardando gli ammassi intrecciati di fili elettrici che accompagnano entrambi i lati delle vie della città – quelle più povere come quelle più eleganti – e quelle scatole elettriche apparentemente prive di ogni protezione in una città esposta alla furia dei monsoni, che un semplice cortocircuito potrebbe allargarsi in un incendio devastante?

Sicuramente non ho visto né capito abbastanza, mi auguro di non aver visto e capito abbastanza, ma ci tenevo a condividere con voi i vissuti che hanno accompagnato questo viaggio. Questo è ciò che ho visto e capito, ma stento per carattere ad aderire a una visione così negativa; per questo chiudo con una nota contrastante: un cameriere dell’albergo ci ha detto che sta studiando per diventare insegnante e tornare al suo villaggio, perché nell’educazione e nell’istruzione sta il futuro del suo paese.
“I agree”, mi sono limitata a commentare, augurandomi che tanti suoi coetanei la pensino come lui. >>
Elena
No Comments

Post A Comment